È qualche tempo che frequento Roberto Saviano - napoletano, ventisei anni, una serie di avventurose collaborazioni su giornali e riviste - e ogni volta che qualche cassandra lamenta la fine imminente del giornalismo d'inchiesta in Italia, io indico lui.
Saviano è uno scrittore che si occupa di camorra. E la Camorra, a non avere gli occhi foderati col velluto delle poltrone del San Carlo, è diventata dopo il Vesuvio la presenza più ingombrante del capoluogo partenopeo.
"Da quando sono nato…", racconta di ritorno dalle sue missioni, come a voler dare una ragione in più ai pericoli che si trova a vivere, "...in Campania ci sono stati 3500 morti di camorra. La Camorra ha ucciso più della Mafia, più della 'Ndrangheta, più delle cosche albanesi e russe". Parla veloce, Saviano, e agita le mani come per scaricare un residuo di adrenalina che deve aver raggiunto il picco quando, solo il giorno prima, è riuscito a infiltrarsi nel matrimonio di un capoclan camuffato da cameriere, ha raggiunto il luogo di un omicidio consumato da pochi minuti, o ancora - paradosso dei paradossi - è stato convocato da un magistrato che non riusciva a capacitarsi di come uno che potrebbe avere l'età di un fuoricorso conoscesse tanto bene strategie e congegni della macchina criminale.
"Basta essere buoni osservatori", dice Roberto, "è questo il mio metodo. Durante la guerra di Secondigliano andavo direttamente sul luogo degli agguati. Per me il dettaglio di un carabiniere che vomita davanti a un cadavere crivellato di colpi, i ragazzini che ridacchiano cercando di capire se l'assassinato è schiattato subito o dopo una penosa agonia, i volti dei familiari dei camorristi contano più delle interviste ad assessori, magistrati, tenenti di polizia. Che pure contano, sia chiaro. Tutto può trasformarsi in una fonte: le carte giudiziarie, le intercettazioni telefoniche, le voci di strada ...". Se ultimamente sono riuscito a chiacchierare con Roberto per più di cinque minuti senza vedermelo scappare via subito dopo aver pagato (io) il conto del caffè, è perché il suo "metodo" ha degli inconvenienti. È vero, ne sai sempre più degli altri. Ma è possibile che la tua copertura (cameriere, turista, aspirante operaio in un cantiere) non funzioni come dovrebbe, che il tuo interlocutore (il parente di un boss, un affiliato dell'ultima ora…) senta emergere dalle tue domande una confusa puzza di bruciato e decida di togliersi dall'imbarazzo vibrandoti una coltellata al braccio. Diciamo che a Roberto è successo qualcosa di simile e che io ho sfruttato la sua convalescenza per farmi raccontare sul "Sistema" qualcosa di diverso rispetto a ciò che emerge dalle parole compassate dei mezzobusti televisivi. Innanzitutto la dimensione umana. Siamo ancora ai tempi della guapperia, all'immagine del camorrista vestito come un bracciante nel giorno di festa e incapace di articolare un discorso senza attingere a qualche detto popolare? "Neanche per sogno", Roberto mi guarda come se mi fossi materializzato da un pessimo romanzo degli anni 50, "i camorristi sfruttano l'immaginario condiviso, i riferimenti sono quelli di tutti: i film americani, gli abiti firmati, l'atteggiamento da vincente. I boss devono costruirsi un'immagine riconoscibile, così ricorrono al cinema.Cosimo Di Lauro, figlio del boss Paolo Di Lauro, accusato di essere il principale responsabile della faida di Secondigliano, quando è stato arrestato, prima di comparire davanti alle telecamere si è imbastito da star del crimine.
Si è tirato indietro i capelli, ha indossato il dolcevita, l'impermeabile nero. Aveva in mente Brandon Lee, Lorenzo Lamas, Matrix, The Crow, Pulp Fiction. La forza dello spettacolo è più potente rispetto ai vecchi codici dell'ammiccamento. Walter Schiavone a Casal di Principe ha costruito negli anni 90 una villa come quella di Tony Montana in Scarface".
La globalizzazione è veramente l'esperanto che nessuno era riuscito a prevedere.
Immaginiamo di trascorrere ventiquattr'ore in compagnia di: 1) un boss della Camorra, 2) un calciatore, 3) un direttore di banca, 4) un presentatore televisivo. Al termine della giornata sarebbe complicato riuscire a distinguere tra chi il giorno prima ha concesso un mutuo per acquistare casa e chi invece ha ordinato un massacro. Tutti maledettamente simili nelle forme, le loro parole così pericolosamente vicine alle nostre.
"Il volto di Cosimo Di Lauro dopo l'arresto", continua Saviano, "era sugli screen-saver dei telefonini dei ragazzini. E non dimenticherò una mattina che, comprando Il Corriere di Caserta, trovai scritto: Nunzio De Falco, re degli sciupafemmine. Di De Falco, condannato come mandante dell'assassinio di don Diana, veniva evidenziata la qualità di avere decine di amanti. Nell'immaginario di certe ragazze il boss è una pop star. E non è un fenomeno locale. Il mafioso Giovanni Brusca ricevette da due ragazzine inglesi lettere appassionate che elogiavano il suo coraggio, il fatto di essere un vero uomo".
Le differenze tra i consumi culturali di due mondi che un tempo erano lontanissimi anche dal punto di vista estetico, si sono insomma sbriciolate. Persino in tema di videogiochi. "A Scampia", dice Saviano al quarto caffè, "molti ragazzi raccontano che Ugo De Lucia, responsabile secondo le accuse di ben tre omicidi in quattro giorni, aveva iniziato alla PlayStation un campionato di Pro Evolution Soccer. Usciva di casa dopo aver salvato la partita appena conclusa, portava a termine il suo lavoro di killer e poi tornava a giocare lo stesso campionato. In quattro giorni tre omicidi e un campionato alla PlayStation".
Da qualche parte ho letto che il fatturato annuo della Camorra e della 'Ndrangheta è pari alla somma di due leggi finanziarie italiane. A vedere il bicchiere mezzo vuoto se ne potrebbe dedurre che le mafie sono la vera forza economica del paese. Ed è qui che si ripresenta l'incubo post-moderno secondo il quale è sempre più difficile riuscire a distinguere la realtà dai simulacri, la vita dal replicante, i buoni dai cattivi. Perché la Camorra per esempio, come conferma Saviano, omicidi a parte, si comporta come un'impresa modernissima. "La vita di un clan è per il 90% molto vicina a quella di un'azienda. Dopo ogni omicidio, è emerso dalle intercettazioni, gli affiliati andavano a vedere la tv per valutare come i media davano le notizie e quindi per decidere se migliorare il significato simbolico delle loro azioni o al contrario renderle silenziose. La famiglia camorristica La Torre, di Mondragone, ha colonizzato Aberdeen, in Scozia: ha anche locali che sono finiti sulle guide turistiche della città. A Parigi, nell'ambito di un'importate fiera gastronomica, sempre La Torre ha presentato le sue attività di ristoratore ed esposto il proprio marchio mentre la famiglia Zagaria primeggia nel movimento terre...".
È vero, viviamo in un mondo di abbacinante ambiguità ma la realtà non è ancora il suo perfetto simulacro, un semplice joypad è diverso da una Magnum pronta a sparare e Napoli non si presenta come "un gigantesco corpo di reato". Certo, è complicato operare delle distinzioni quando sia il grano che il loglio hanno lo stesso rivestimento. C'è bisogno di gente capace di leggere, tra le righe di un linguaggio ormai comune, i punti di discontinuità. Sì, c'è bisogno di persone come Roberto Saviano.
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Lo “zio Putin”, come lo chiama Silvio, elogia lo stupro di regime ma nessuno gli dice niente altrimenti ci taglia il gas. L’ex premier spagnolo Aznar si permette le mani addosso a una cronista la quale, per eccesso di civiltà, si risparmia l’unica risposta possibile, un calcio nei coglioni. Non è un bel segnale questo maschilismo arrogante, di potere, che ricorda il fascismo, perchè torna ad imporre una prepotenza brutale su un essere considerato inferiore. Non è buon segnale perchè la società pare avere smarrito anticorpi adeguati, sembra rintronata nella sua omogeneizzazione consumistica e pubblicitaria; sembra rassegnata a vedere consumato, mercificato ogni suo segmento non importa quanto debole e bisognoso di tutela. C’era da aspettarsi uno sciopero rosa globale, di tutta l'informazione femminile dopo gli atti irridenti e fascisti dei due potenti. Invece, le stesse donne se la sono cavate con qualche balbettio di indignazione insignificante e scontata; dopodichè, il silenzio più assordante è stato il loro. Evidentemente il femminismo si è perso qualcosa per strada: si è imborghesito fino a negare se stesso. Il femminismo culturale, per limitarci a casa nostra, ma sapendo che in tutto l'occidente è simile, non può rispecchiarsi nel divismo straccione di Palombelli e Bignardi che si rinfacciano le rispettive raccomandazioni. E quando, in un deprimente spirito di cosca, le femmine difendono la Gregoraci di turno perchè si è fatta larga quale puttana di regime, non capiscono che le peggiori nemiche delle donne sono proprio le donne.No, non è affatto un bel segnale quello dei potenti del mondo che si permettono violenze, verbali o simboliche, contro un universo femminile che si riscopre incapace di difendersi.
Massimo Del Papa
http://contattoradio.info/dettaglio_news.asp?Id=1420
Ecco l'indirizzo per ascoltare la mia intervista a Gianni Maroccolo e Ivana Gatti riguardo al progetto IG

Ho una strana sensazione. Avverto degli scricchiolii. Micro fratture nei muri. Leggo dei fischi alla bandiera italiana a Vicenza. Con il palco gremito dei rappresentanti della finta opposizione che sorridono senza fare una piega.
Ascolto da mesi discorsi imbarazzanti del Governo. Imbarazzanti per la loro inconsistenza. Per la loro ignoranza. E soprattutto per la mancanza di coraggio. E’ inutile personalizzare, parlare male di Prodi o di Berlusconi. E’ un’intera classe politica, dall’usciere comunale al Presidente della Camera, che si aggrappa ai suoi privilegi. In modo sempre più infantile. Plateale. Per loro noi siamo solo caramelle, gelati, pop corn. Per cambiare veramente bisogna spazzarli via. Ci vuole la ramazza popolare. La democrazia diretta e facce nuove, non queste cariatidi supponenti che passano il tempo a mettersi il fard.
Gli italiani, fino ad ora, sono stati alla finestra. Per vedere come andava a finire. Come se assistessero a un film un po’ scarso che non li riguardava. Forse il finale è arrivato. In pensione si va da morti. I risparmi di una vita, il TFR, sono espropriati. Ma anche questo ha ormai poca importanza in un Paese di precari e di senza lavoro. Di finti industriali che controllano le televisioni e i giornali. Che ci stanno spolpando da dentro, grazie al meccanismo delle concessioni. Lo Stato gli concede le frequenze radiotelevisive, l’acqua, le autostrade, la dorsale telefonica, tutto. Roba nostra, soldi loro. E tanta riconoscenza, tante donazioni per i partiti. Che così rimangono alla loro mangiatoia.
La classe politica vuole conservare i propri privilegi in un Paese che sta perdendo tutto. Gli italiani cominciano ad accorgersene. Ad avvertire odore di bruciato. E a capire che la differenza è tra noi e loro. Non tra destra e sinistra. C’è una sensazione di irrealtà in giro. Se si ascoltano Casini o Bersani sembra di essere ai tempi di Ceaucescu. Tira un’aria tra il venticinqueluglio e l’ottosettembre. Un’aria che non promette nulla di buono. Non l’avvertite anche voi?