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Anche Amelie aspetta il ritorno dell'Eternauta su Contatto Radio Pop Network..
Che l'ennesima folata criminale a Napoli sia destinata a venire affrontata come tutte le altre, cioè subìta, alla De Filipppo, “ha da passà 'a nuttata”, lo si è capito dai luoghi comuni elargiti in loco del Capo dello Stato, davvero rappresentativo del paese che presiede: fiducia, far leva sulle potenzialità, “che si sono”, non credere alle invenzioni dell'informazione, l'unica e sola colpevole della barbarie napoletana. Ma certo, a Napoli tutti si sono inventati tutto, si vive in prosperità e armonia, il nostro Presidente normalizzato non ci è andato in segno di testimonianza di uno Stato latitante, travolto da “'o sistema” per dire l'antistato camorrista che dopo 300 anni ha trionfato al punto da rappresentare l'unica composizione di questa città decomposta, la generalità di una degenerazione cui nulla e nessuno può davvero sfuggire, men che meno le forze politiche che più di sfuggire vogliono “entrarci”, come nel famoso slogan, tutte, senza eccezioni. E ci entrano.
“Ha da passà 'a nuttata”. Si susseguono le folate criminali, i morti ammazzati, i presidenti fiduciosi, e Napoli è sempre la stessa e la camorra ne è sempre la stessa padrona: qualcosa di simile alla professione di fede del nostro Napolitano la fece il predecessore Ciampi il 2 gennaio 2005, sempre in loco. La città gli rispose immediatamente con una doppietta di omicidi. Ma niente paura, è il solito disfattismo dei giornali, le potenzialità non mancano.
Dopodichè Napolitano, rinfrancato, è ripartito e ha affrontato la situazione, in certo modo analoga a quella campana, delle Ferrovie. Per le quali ha riproposto pari pari la soluzione De Filippo, il Governo sta lavorando, una soluzione si troverà. Ma certo, la solita, alzare le tariffe, magari dirottare le liquidazioni dei lavoratori nelle voragini di bilancio di Trenitalia, sì da consentire di premiarsi ai supermanager che funzionano come i supertreni e avanti come prima, tra un deragliamento e un ritardo abissale. E dove lo scolpisce, il nostro Napolitano, il suo programma defilippiano per le ferrovie? In un supertreno presidenziale, lussuoso, silenzioso e splendente. Avremmo voluto sentirlo in una delle bare viaggianti dei trenini per i comuni mortali, che infatti ogni tanto ci muoiono.
Massimo Del Papa
Erano tredicenni d’assalto: mettevano il calcio sopra ogni cosa.
Il Dio del Calcio era il loro dio.
E il Mister il suo profeta.
L’estate macinavano polvere nel campetto di ghiaia.
Appuntamento alle sette del mattino per la prima partita, e avanti fino a sera.
Stava per cominciare la terza media, ma è solo un dettaglio.
Era il calendario delle partite a scandire le tappe di un’avventura.
Sprofondavano nella Bassa, sotto un cielo esagerato, circondati da milioni di peschi.
Si inerpicavano tra i monti, su campetti gelati, in fondo a tornanti interminabili.
Per scardinare squadre di geometri ben pettinati, che li disorientavano con finte, passaggi di prima e triangoli di perfezione assoluta.
Per sopravvivere agli attacchi di Elliot il Drago, che aveva le cosce di Rummenigge, e quando cambiava passo staccava le zolle di terra dal campo.
Scortati dalla Regina dello Sterrato, il furgoncino di George Balducci e una testa di cinghiale imbalsamata.
Un tunnel che porta dritto a Borgo Ghibellino, una filiale dell’inferno. In una finale epica, dove ci si gioca il campionato e molto di più.
Era il calcio che giocavano allora.
Bruciava nel loro sguardo, e li faceva uscire dagli spogliatoi con i borsoni in spalla, fieri come i paracadutisti.
