
Francis turner " Un malato di cuore"
Io non potevo correre né giocare
quand'ero ragazzo.
Quando fui uomo, potei solo sorseggiare alla coppa,
non bere
perché la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato.
Eppure giaccio qui
blandito da un segreto che solo Mary conosce:
c'è un giardino di acacie,
di catalpe e di pergole addolcite da viti
là, in quel pomeriggio di giugno
al fianco di Mary
mentre la baciavo con l'anima sulle labbra,
l'anima d'improvviso mi fuggì.....
Da " Antologia di Spoon river "di Edgar Lee Master
Da questo"Epitaffio " la bellissima canzone di De Andrè...
Un malato di cuore
"Cominciai a sognare anch'io insieme a loro
poi l'anima d'improvviso prese il volto."
Da ragazzo spiare i ragazzi giocare
al ritmo balordo del tuo cuore malato
e ti viene la voglia di uscire e provare
che cosa ti manca per correre al prato,
e ti tieni la voglia, e rimani a pensare
come diavolo fanno a riprendere fiato.
Da uomo avvertire il tempo sprecato
a farti narrare la vita dagli occhi
e mai poter bere alla coppa d'un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti,
e mai poter bere alla coppa d'un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti.
Eppure un sorriso io l'ho regalato
e ancora ritorna in ogni sua estate
quando io la guidai o fui forse guidato
a contarle i capelli con le mani sudate.
Non credo che chiesi promesse al suo sguardo,
non mi sembra che scelsi il silenzio o la voce,
quando il cuore stordì e ora no, non ricordo
se fu troppo sgomento o troppo felice,
e il cuore impazzì e ora no, non ricordo,
da quale orizzonte sfumasse la luce.
E fra lo spettacolo dolce dell'erba
fra lunghe carezze finite sul volto,
quelle sue cosce color madreperla
rimasero forse un fiore non colto.
Ma che la baciai questo sì lo ricordo
col cuore ormai sulle labbra,
ma che la baciai, per Dio, sì lo ricordo,
e il mio cuore le restò sulle labbra.
"E l'anima d'improvviso prese il volo
ma non mi sento di sognare con loro
no non si riesce di sognare con loro."
Semplicemente,a mio parere ,una delle più belle canzoni di De Andrè..
Emanuele Luzzati 1921/2007
Grazie per aver accompagnato con i tuoi disegni alcuni dei momenti più belli della mia vita...


Abbiamo la burocrazia più cagionevole d'Italia: due mesi tondi all'anno di assenze, uno dei quali per malattie, evidentemente ostinate; neppure
l'ulteriore mese di ferie pagate, sommato a un calendario di festività laiche e religiose tradizionalmente generoso, riesce a debellarle. Per il prof. Ichino si tratta, brutalmente, di fannulloni, ma l'utile ministro delle riforme nella pubblica amministrazione, Luigi Nicolais, li compiange
perchè "non hanno adeguate motivazioni", e figuriamoci i netturbini, i secondini e gli operai di fonderia: si potrebbe magari, per i nostri statali
scazzati, organizzare un Grande Fratello allo sportello o sorteggiare vacanze-premio per chi si degna di andare a lavorare. Il sindacato, invece,
per bocca di Michele Gentile, della funzione pubblico impiego Cgil, esulta convinto: tutto va bene, madama la marchesa, la Ragioneria dello Stato poteva usare meglio i soldi. Magari per una lotteria agli statali assenteisti, che così si farebbero vivi almeno per ritirare i premi. Ma basta recarsi in un qualsiasi ufficio pubblico, ancora oggi, per uscirne furiosi o disperati: tanto per cominciare dall'infinitesimo, le targhette che (per legge) dovrebbero testimoniare dell'identità dell'impiegato, a garanzia del cittadino, sono una burletta: senza volto né nome, oppure, nei
casi più democratici, con una fotina che per forza richiama la faccia originale, come dire questo sono io, ma invariabilmente senza generalità.
Lo screening per rendere più efficiente la pubblica amministrazione, le consolazioni di facciata, sono farneticazioni all'italiana, ignobili per vocazione. La burocrazia dovrebbe essere il sistema nervoso di uno Stato, se non funziona i danni economici e sociali sono incalcolabili. E a cascata. Infatti li vediamo. In nessun posto al mondo si fanno due mesi di buco pagato per finte malattie, oltre a quelle vere, e alle ferie; la tanto sbandierata privatizzazione del pubblico impiego non è mai stata applicata, ancora oggi è impossibile applicare la mobilità anche in forme contenute e i
provvedimenti sanzionatori per chi fa il lavativo, come si vede, di pura facciata; la altrettanto sbandierata informatizzazione da due decenni e
mezzo è ancora al palo ma è prima di tutto l'andazzo, al rallentatore, è la mentalità della burocrazia ad essere tuttora borbonica: si considera il lavoro non un diritto e una opportunità, ma un giogo da eludere anche col gioco sporco, senza rimorso; e il lavoro pagato dallo Stato, in particolare, non è una posizione (giustamente) privilegiata, ricevuta dalla collettività (di cui pur si fa parte) per poterla meglio servire: ma un Bengodi, un Paese dei Balocchi senza doveri, mentre la fila di cittadini che da te dipendono
vengono considerati mendicanti, straccioni importuni cui garantire, quando va bene, il minimo con il minimo sforzo.
Chi è più di sinistra?, si chiede Francesco Giavazzi sul Corriere, chi adotta riforme nell'interesse dei poveri e dei giovani, o chi le paralizza e se ne vanta, come Rifondazione dopo la sterile kermesse governativa di Caserta? Magari imponendo in Finanziaria un demagogico aumento dei fondi per
il settore pubblico, senza però imporre, anzi combattendo, il benchè minimo obbligo di qualità dei servizi? La vera norma superata, tartufesca,
privilegio ignobile per gli statali, di cui non si parla, è quella che tuttora proibisce di assumere negli enti pubblici cittadini non italiani ovvero extracomunitari. Fate saltare quella, fate saltare il sistema di reclutamento per concorso, farsa di Stato che permette di escluderne mille a favore di un solo lavativo raccomandato, e forse anche la burocrazia lottizzata dalla politica si depurerà e si smuoverà.
Ci scandalizziamo quando Report mostra l'epidemia di balzelli spesso occulti, spesso truffaldini, che costituiscono il nostro unico, ironico diritto di cittadini: subirli, vengano essi dalle banche, dai gestori di energia, dalla pubblica amministrazione - perchè c'è un filo rosso, e perverso, quello dell'impunità e della improduttività, che,trasversale da pubblico a semipubblico a privato, si srotola e ci stritola. Solo chi si confina in una riserva indiana o è in pessima fede può permettersi di ignorare uno scenario geoeconomico che non lascia scampo, vale a dire che nel mondo globalizzato reiterare le dinamiche parassitarie da secolo scorso equivale ad accumulare in un attimo ritardi incolmabili; solo gli alienati da riserva indiana rimuovono che il nordest ha potuto salvarsi dalla concorrenza cinese, sleale ma forsennata, assorbendola, cioè assumendo in forme più o meno garantite cinesi, pakistani, e perfino nordafricani nelle loro fabbriche. A discapito degli italiani affezionati alla malattia strategica, e alla corruzione dell'ispettore del lavoro.
Gente per la quale il lavoro non è "di merda" ma d'oro; sta di fatto che, accanto a episodi di sfruttamento inqualificabile, si sono però anche
registrate inedite e incoraggianti forme di collaborazione fra lavoranti e imprenditori, con questi ultimi che di concerto coi gli enti territoriali e
il sistema del credito realizzavano gli insediamenti abitativi per gli operai, oppure li garantivano in banca per il mutuo. Non per chissà quale
folgorazione francescana: semplicemente capiscono, tutti gli attori in gioco, che restare illuminati conviene, che una volta trovata gente sveglia e disposta a lavorare (non a starsene a casa a guardare il Grande Fratello), è meglio tenerseli buoni e magari farli vivere decentemente. Una concordanza di finalità che ha pagato, che paga, che in diversi casi ha salvato dall'alternativa della delocalizzazione, cioè spostare filiere e
stabilimenti nei paesi poveri, dove lo sfruttamento degli uomini si compiva senza vergogna.
Di sindacati c'è bisogno, sono una conquista della democrazia moderna da oltre un secolo, ed è giusto che tengano a bada una razza padrona spesso avida e senza scrupoli; ma di sindacati che, tradizionalmente difendono i parassiti e i farabutti, per meschine ragioni di sottopotere, è meglio fare
senza...
Massimo Del Papa


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